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"Caro Marco, leggendo le testimonianze lasciate sul tuo sito avrei voluto essere una di quelle mamme che scrive per ringraziarti ad avergli insegnato, ma dolorosamente ti scrivo per pregarti di non smettere mai di diffondere, educare ed insegnare a salvare la vita. Ci sono storie come quella di Giulio che fanno comprendere che non servono 400 persone, ma una, una sola per vivere ancora. Il nostro dramma è avvenuto 20 Agosto 2013 presso il ristorante dell’IKEA di Bari.

Come molte, eravamo una famiglia (io, Giulio, il papà e la sorellina di poco più di due mesi), di ritorno dalle ferie, lì per finire degli acquisti di lavoro. Data l’ora, abbiamo deciso di mangiare qualcosa prima del nostro ritorno nella nostra città, Campobasso.

Scelto il tavolo abbiamo scelto il pranzo: insalata per me, polpette per papà, per Giulio pennette al pomodoro e, come premio di pazienza, patatine fritte. Giulio vuole essere imboccato come i bimbi piccoli e poco dopo il piatto di pasta vuoto lascia il posto al piatto di patatine pieno. Nello stesso piatto però ci sono le polpette di papà.

“… Un richiamo genitoriale ci ha distolti con lo sguardo per pochi secondi dalla tavola e da lì la tragedia. Il papà è il primo a comprendere cosa sta succedendo: Giulio ha qualcosa in gola. Istintivamente lo capovolgo e inizio a dargli delle pacche dietro le scapole ma una signora mi urla “così lo ammazza” mi sento gelare il sangue e lo ripongo a terra terrorizzata. Urliamo aiuto. Paralisi, come in un esperimento: tutti guardano e nessuno agisce. Chiamo personalmente il 118, linea occupata, mando al diavolo il telefono e urlo di chiamare un’autoambulanza. Nel frattempo arrivano due clienti di IKEA, probabilmente una coppia, probabilmente due medici (ancora oggi non so). Il personale di IKEA è inerte, nessuno si avvicina a Giulio, chiediamo una borsa medica ma gli addetti non sanno dov’è. Niente defibrillatore. I minuti passano e Giulio non reagisce, l’autoambulanza non arriva, anzi non so se l’hanno chiamata … Dopo molti minuti arriva il 118 ma non la macchina del medico che ci raggiunge dopo circa 7 minuti …. il medico del 118 discute con chi è stato al fianco di Giulio fino a questo momento, ma non guarda mio figlio, non lo tocca, mentre lui ha ancora il boccone in gola … Il mio compagno urla chiede disperatamente di pensare a Giulio, di andare in ospedale. 50 secondi per arrivare al pronto soccorso pediatrico di Bari, poco più di un km di strada, ma noi non sapevamo …” (tratto da http://ioceroblog.wordpress.com/io-cero-il-20-agosto-a-bari/)

Il boccone viene estratto e prego Dio che il suo cuore possa tornare a battere, ma non rifletto su unnodo cruciale: il cuore senza testa non sa cosa fare. 20 giorni di TIN, di preghiere disperate, di pensieri confusi, giorni infernali come molti della nostra vita da quel maledetto 20 Agosto. Il nostro Giulio (che una settimana prima aveva festeggiato il suo terzo compleanno in spiaggia senza fermarsi per un secondo, facendo sorridere tutti, facendosi amare, come solo lui sapeva fare) non è volato via per una polpetta me per l’ignoranza, per mancanza di assunzione di responsabilità, per la sfortuna di non aver trovato accanto a lui una mamma che abbia seguito un tuo corso sulle manovre di disostruzione pediatriche, che abbia guardato un tuo video, che abbia agito prontamente e correttamente. 400 spettatori, una multinazionale, ma non la persona giusta!

Caro Marco, ti ringrazio per averci accolto nel tuo mondo e per guidarci in questa nostra richiesta di conoscenza, di diffusione e di “riscatto morale”. Ti prego non mollare mai, non c’è cosa più bella al mondo di vedere il proprio bambino tornare a giocare.

Nicoletta Bova (mamma di Giulio)